Russia, Arabia Saudita e la guerra dell’Oro nero

Lunedì 9 marzo 2020 verrà ricordato come il lunedì nero della borsa internazionale: all’apertura dei mercati il prezzo del petrolio è calato del 30% rispetto alla settimana prima, un crollo come non si vedeva dai tempi della Guerra del Golfo del 1991.

A cosa è dovuto questo pesante crollo?

Per rispondere a questa domanda è necessario innanzitutto chiarire quali siano i principali attori coinvolti in questa vicenda:

L’OPEC: è l’Organizzazione dei Paesi esportatori di petrolio, fondata nel 1960, comprende 14 Paesi che si sono associati, formando un cartello economico, per concordare la quantità e il prezzo del petrolio da esportare. Tra questi il principale esportatore di oro nero è l’Arabia Saudita.
L’OPEC Plus: organizzazione che nasce nel dicembre del 2016 in occasione dell’incontro ministeriale tra i paesi produttori già membri dell’OPEC e alcuni non membri (tra cui spicca la Russia, punto di riferimento dei paesi non OPEC), durante il quale si arriva a una Dichiarazione di Cooperazione. L’obiettivo dichiarato è sempre quello del controllo dei prezzi, ma con la differenza che con questa alleanza si coinvolgono molti più paesi: una squadra che insieme produce il 71% del petrolio mondiale.
gli U.S.A.: potenza mondiale che non ha bisogno di alcuna presentazione, gli Stati Uniti nel 2019 hanno superato l’Arabia Saudita nelle esportazioni di petrolio.

Ma torniamo alla domanda dalla quale siamo partiti: a cosa è dovuto il crollo in borsa registrato il 9 marzo?

Tutto ha inizio una settimana prima…

I paesi che fanno dell’OPEC si accordano sulla necessità di tagli di produzione per far fronte ad una domanda in netta diminuzione per via dell’emergenza Coronavirus. Questa decisione deve però essere approvata anche dai paesi non OPEC, che fanno OPEC Plus. Ed è proprio durante il vertice dell’OPEC Plus, tenutosi il 7 marzo, che non si riesce a raggiungere un accordo con la Russia, contraria al maxi-taglio delle produzioni. «Dal 1° aprile non ci saranno più restrizioni a produrre né per l’OPEC né per i paesi non OPEC», ha dichiarato il ministro russo all’energia Alexander Novak abbandonando il vertice a Vienna.

Come reagisce l’OPEC al no dei Russi?

La risposta dell’Arabia Saudita non si è fatta certo attendere: dichiarando di voler aumentare la produzione di petrolio e abbassare drasticamente il prezzo di vendita applicando sconti inediti, ha dato il via alla cosiddetta “Guerra del Petrolio” che ha causato il crollo del prezzo all’apertura dei mercati il lunedì successivo (9 marzo).

Come mai la Russia non ha accettato l’accordo innescando questa guerra al ribasso?
Probabilmente c’è una duplice motivazione: da una parte la Russia non vuole accettare una decisione non negoziata ma imposta, che potrebbe costare una netta riduzione di entrate ad un paese che conta molto sui ricavi della vendita di petrolio; dall’altra, l’intento è quello di volersi vendicare delle sanzioni che l’amministrazione Trump ha imposto conto il gasdotto North Stream 2 (che collega la Russia alla Germania attraverso il Paesi Baltici) fermando i produttori americani. Le compagnie che estraggono greggio in America, infatti, utilizzano una tecnica molto costosa per estrarre petrolio (il fracking) e pertanto riescono a guadagnare solo se il petrolio supera i 50 dollari al barile. Con il crollo che ha subito il mercato, in alcuni giorni il prezzo è sceso fino ai 20 dollari al barile. E’ ovvio che, con valori così bassi, i produttori americani rischiano la bancarotta perché non possono permettersi di estrarre in perdita.

A chi conviene davvero questa guerra e chi invece ne paga le conseguenze?

Sicuramente i più avvantaggiati restano i sauditi, che hanno dei costi di estrazione molto contenuti e possono permettersi di sostenere prezzi di vendita bassi per lunghi periodi. La Russia, infatti, non ha la possibilità di continuare a lungo questa guerra al ribasso perché i proventi della vendita del greggio sono quelli che fanno andare avanti la macchina dello stato; e lo stato russo si mantiene se il prezzo al barile non scende sotto i 50 dollari. Ovviamente, a rimetterci di più sono soprattutto i paesi produttori “minori”, già in difficoltà, con entrate in gran parte dipendenti dall’esportazione petrolifera, come Venezuela ed Iran.

Come si è risolto il duello tra russi e sauditi?

Per risolvere la situazione, si è tenuto prima di Pasqua un vertice dell’Opec Plus che, in videoconferenza, ha sancito un nuovo accordo sul taglio della produzione fino al 30 aprile 2022: un periodo molto lungo che dovrebbe tranquillizzare il mercato sul fatto che tra russi e sauditi non ci sia solo una tregua, ma un vero e proprio armistizio che mette fine alla guerra dei prezzi.

Ma questa guerra avrà mai realmente fine?

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