L’inesorabile declino delle fonti fossili

In un mondo in continua evoluzione, dove nulla dura per sempre, anche le fonti fossili, in questo periodo, stanno passando una radicale fase di cambiamento, il che ci porta a domandarci: ma siamo davvero arrivati ad un punto di svolta nel sistema energetico? 

Secondo uno studio della società inglese Carbon Tracker, che si occupa della valutazione dei rischi per gli investimenti in petrolio, gas naturale e carbone causati da una transizione verso energie rinnovabili, siamo di fronte al declino dell’industria fossile. Una depressione generata da molteplici fattori, come l’adozione e lo sviluppo di energie rinnovabili sempre più a basso costo, le politiche climatiche e la recente pandemia di Coronavirus, che congiuntamente potrebbero innescare una nuova crisi finanziaria, nel caso in cui le autorità di regolamentazione non agiscano con prontezza. Infatti, un ipotetico crollo del mercato dei combustibili fossili sarebbe una minaccia significativa per la stabilità finanziaria mondiale, dal momento che le società del settore hanno un valore complessivamente di 18.000 miliardi di dollari in azioni quotate, pari a un quarto del valore totale dei mercati azionari globali. 

Risulta evidente che la crisi provocata dal Covid-19 sta accelerando questo processo, infatti secondo l’Agenzia Internazionale dell’Energia, la domanda di petrolio potrebbe diminuire, rispetto all’anno precedente, del 9%, dell’8% di carbone e del 5%di gas nel solo 2020. L’industria fossile non sarà dunque più la stessa dopo il triste lascito del Coronavirus. Kingsmill Bond, “Energy Strategist” e analista di Carbon Tracker ha confermato lo studio condotto dalla società dichiarando: “Stiamo assistendo al declino e alla caduta del sistema di combustibili fossili, l’innovazione tecnologica e il sostegno politico hanno portato al picco della domanda di combustibili fossili, settore dopo settore e paese dopo paese, e la pandemia del Covid-19 ha accelerato tutto questo”. Pertanto, ha aggiunto l’esperto, “questa è un’enorme opportunità per i paesi che importano combustibili fossili, che possono risparmiare miliardi di dollari passando a un’economia di energia pulita in linea con l’accordo di Parigi”. 

Il risultato del report condotto da Carbon Tracker “Decline and Fall: the size and vulnerability of the fossil fuel system” asserisce che l’industria dei combustibili fossili ha iniziato il suo inesorabile declino, avendo avuto il picco della domanda di combustibili nel 2019. Dalla lettura di questi dati si può notare una forte connessione tra il picco della domanda e la crisi economica; infatti, già nel 2007, in Europa, abbiamo avuto il picco della domanda di combustibili fossili, un anno prima della crisi finanziaria del 2008. Siamo quindi di fronte ad una storia già scritta? Probabilmente sì, trovandoci oggi al punto di massima richiesta per l’intero comparto energetico dove le rinnovabili, anche se a rilento, stanno per soppiantare definitivamente i combustibili fossili. 

Una delle cause ascrivibili al declino del settore del fossile è, per l’appunto, la diffusione e convenienza delle fonti rinnovabili, diventate attualmente la primaria fonte di energia elettrica per ben due terzi della popolazione mondiale, secondo il recente studio dell’azienda Bloomberg New Energy Finance. Oggi circa i tre quarti della potenza elettrica mondiale proviene da fonti non-fossili con una previsione in cui, entro il 2021, il solo costo di esercizio del 60% della potenza a carbone attualmente in funzione supererà il costo di installazione di una potenza equivalente in pannelli solari. 

Anche l’industria dell’automobile sta gradualmente abbandonando i combustibili fossili: il costo delle batterie per le auto elettriche è oramai analogo a quello dei motori convenzionali. Un dato di grande interesse visto che più di un terzo del consumo mondiale di combustibili fossili è attribuibile al settore elettrico e al settore del trasporto su strada. 

Oggigiorno più dell’80% dei paesi mondiali importano combustibili fossili, trasferendo fino ad ora agli stati esportatori circa duemila miliardi di dollari l’anno in profitti. 

Chiaramente i paesi importatori hanno grande interesse nel ridurre la propria dipendenza da tali risorse. Inoltre, nei loro piani di “ricostruzione economica” dopo la crisi, i governi favoriranno lo sviluppo di un’energia da fonti rinnovabili, più pulita, più veloce e soprattutto più economica. Dall’altra parte, però, il crollo dei futuri profitti garantiti dai combustibili fossili, potrebbe minacciare la stabilità dei paesi le cui economie si basano sul reddito delle esportazioni di petrolio, tra cui Arabia Saudita, Russia, Iraq e Iran, oltre a stati più vulnerabili come Venezuela, Ecuador, Libia, Algeria, Nigeria e Angola. 

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